“I fatti di Lanzo Torinese sono bullismo stradale”: la lettera di Dietro Ogni Casco

Riceviamo e pubblichiamo il commento ricevuto sui social dai gestori della pagina Facebook “Dietro Ogni Casco”, che torna a parlare dei fatti di Lanzo Torinese. I fatti risalgono alla giornata di sabato 8 agosto, quando un automobilista ha investito per due volte un gruppo di ciclisti.

BULLISMO STRADALE

Bullismo.

Una parola che associamo quasi automaticamente alla scuola, ai ragazzi, ai social.

Eppure il suo significato va molto oltre il luogo in cui avviene.

Bullismo significa utilizzare una posizione di forza per intimidire, spaventare o imporsi su qualcuno che, in quel momento, è più vulnerabile.

Quando questa dinamica si sposta sulla strada, quella posizione di forza può diventare una carrozzeria, il peso di un veicolo, la velocità, un acceleratore sotto il piede.

Dall’altra parte c’è un essere umano.

Ha una bicicletta, un casco e un body.

Non un’armatura.

È qui che nasce il bullismo stradale.

Non parliamo dell’errore di guida, della distrazione o dell’eterna contrapposizione tra automobilisti e ciclisti. Parliamo di un sorpasso volutamente radente per spaventare, di un’auto che resta a pochi centimetri dalla ruota per costringere qualcuno a spostarsi, di un clacson utilizzato per intimidire, di una traiettoria chiusa volontariamente per

“dare una lezione”.

Ed è proprio questa espressione che dovrebbe farci riflettere.

Dare una lezione.

Quando pensiamo di poter utilizzare la forza del nostro mezzo per correggere, punire o spaventare un altro essere umano, abbiamo già oltrepassato un confine. Non stiamo più semplicemente condividendo male una strada: stiamo esercitando un potere su chi, in quel momento, non possiede gli stessi strumenti per difendersi.

Ieri, a Lanzo Torinese, un diverbio sulla strada è degenerato fino all’investimento di un gruppo di sei ciclisti. Quattro persone sono rimaste ferite e una, secondo le informazioni diffuse sull’episodio, gravemente.

Saranno le indagini a ricostruire esattamente quanto accaduto e ad accertare le responsabilità.

Ma quell’episodio ci obbliga comunque a osservare qualcosa che viene molto prima dell’impatto.

L’insofferenza verso chi ci rallenta.

L’insulto che prende il posto di una parola. L’incapacità di aspettare pochi secondi.

Il bisogno di avere ragione, di imporsi, di dimostrare che la strada appartenga più a noi che all’altro.

Forse è proprio qui che si trova la parte più difficile da ammettere: ci siamo progressivamente Disabituati alle persone.

Comunichiamo sempre meno e reagiamo sempre di più.

Dietro un parabrezza non vediamo più una persona sopra una bicicletta, vediamo “il ciclista”.

Dalla bicicletta rischiamo di vedere soltanto “l’automobilista”.

Creiamo categorie, le contrapponiamo e finiamo per dimenticare che dentro un’automobile e sopra una bicicletta ci sono due esseri umani che stanno semplicemente percorrendo lo stesso pezzo di mondo.

Abbiamo perso qualcosa nel modo in cui comunichiamo, aspettiamo, chiediamo scusa, lasciamo spazio.

In una parola, abbiamo perso UMANITÀ.

Ma questa constatazione non può diventare l’ennesimo alibi.

Da anni, dopo ogni incidente grave, pronunciamo le stesse parole: educazione, sensibilizzazione, rispetto, prevenzione. Sono necessarie, ma non possono continuare a essere la risposta finale mentre aspettiamo che qualcosa cambi lentamente.

Perché l’umanità può richiedere tempo per essere ricostruita.

La sicurezza deve essere garantita ora.

Serve riconoscere i comportamenti intimidatori per quello che sono, distinguendo chiaramente l’errore dalla volontà di spaventare o mettere in pericolo. Serve permettere a chi subisce queste condotte di segnalarle e documentarle in modo semplice, facendo sì che immagini, telecamere e tecnologie possano diventare strumenti concreti di tutela e non soltanto video da condividere sui social dopo che tutto è accaduto.

Servono controlli reali sulle strade maggiormente frequentate dai ciclisti e conseguenze adeguate quando viene accertato che un veicolo è stato deliberatamente utilizzato per intimidire una persona.

E serve avere il coraggio di porci una domanda:

quando un mezzo viene usato volontariamente per spaventare qualcuno più vulnerabile, siamo ancora davanti soltanto a un problema di circolazione stradale?

Un’automobile non diventa pericolosa soltanto nel momento in cui colpisce qualcuno.

Può esserlo già nei secondi precedenti, quando viene utilizzata per stringere, inseguire, minacciare o costringere. È proprio lì che prevenzione e tutela devono riuscire ad arrivare.

Parallelamente dobbiamo lavorare sul tempo lungo: scuola, autoscuole, società sportive, formazione, infrastrutture, educazione alla convivenza e responsabilità di tutti, anche di chi pedala. Perché chiedere tutela non significa essere esonerati dal rispetto delle regole e costruire l’ennesima guerra tra automobilisti e ciclisti significherebbe avere già fallito.

Non dobbiamo scegliere tra educazione e conseguenze.

Servono entrambe. Dobbiamo ricostruire una cultura del rispetto e, contemporaneamente, proteggere chi oggi quel rispetto sulla strada non lo incontra.

Perché il problema non comincia quando qualcuno cade.

Comincia molto prima, nel momento esatto in cui smettiamo di vedere davanti a noi una persona e cominciamo a vedere soltanto qualcuno che ci dà fastidio.

È lì che l’insofferenza può diventare prepotenza. E la prepotenza, sulla strada, può diventare pericolo.

Possiamo indignarci, parlarne per qualche giorno e poi aspettare il prossimo episodio.

Oppure possiamo decidere che questa parola serva finalmente a riconoscere un fenomeno che non vogliamo più normalizzare.

BULLISMO STRADALE.

Gli abbiamo dato un nome.

Ora servono i fatti.

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