Torna a far parlare di sé Danilo Di Luca. Il “Killer di Spoltore”, protagonista assoluto del ciclismo italiano nei primi anni 2000 e poi squalificato a vita nel 2013, ha rilasciato una lunga e discussa intervista al quotidiano spagnolo AS.
Dalla sua nuova vita a Pescara, dove produce biciclette di altissima gamma e tandem di lusso, Di Luca non ha usato giri di parole per analizzare il suo passato e il declino del movimento ciclistico nel nostro Paese.
“Il doping appiattisce i valori”
L’affermazione più forte riguarda proprio il legame tra le sue vittorie (dal Giro d’Italia alle Classiche delle Ardenne) e le squalifiche per EPO: “Senza doping avrei vinto molto di più”, ha dichiarato Di Luca ad AS.
Una tesi che l’abruzzese spiega con una logica tecnica: “Senza doping, il campione brilla ancora di più. Il doping appiattisce tutto, rende le prestazioni più equilibrate. Senza, la differenza tra un fuoriclasse e un atleta normale sarebbe stata molto più marcata. Se fai un confronto con chi è passato per ‘pulito’ e me, squalificato a vita, hai la risposta”.
La rabbia per la squalifica a vita
Di Luca non nasconde l’amarezza per il provvedimento che lo ha allontanato definitivamente dalle corse: “Dopo tredici anni non capisco ancora questa storia della squalifica a vita. Tutti commettiamo errori, ma io non ho ucciso nessuno. Ho una famiglia, lavoro, sono una brava persona. Questa sanzione è sproporzionata”.
Oggi l’ex corridore si è rifugiato nel mondo dell’imprenditoria, costruendo telai che arrivano a costare anche 16.000 euro, cercando di mettere a frutto l’esperienza di una carriera vissuta sempre al limite.
Il ciclismo italiano? “Come il calcio, siamo agli ultimi posti”
L’analisi si sposta poi sulla crisi del ciclismo in Italia, un tema caro ai tifosi che vedono il nostro Paese sparire dalle grandi classifiche internazionali. Secondo Di Luca, il problema è strutturale e politico: “Manca la competitività. Non abbiamo nemmeno una squadra World Tour. Se un figlio dice al padre di voler andare in bici, il padre risponde di no perché è pericoloso. Ci sono meno tifosi, meno informazione, meno di tutto”.
Di Luca lancia poi una provocazione amara: “Oggi in Italia si gioca a tennis per l’effetto Sinner. Il ciclismo e il calcio sono finiti in fondo alla lista degli sport più seguiti. In Spagna o in Italia mancano le basi. Abbiamo liquidato tutto quello che avevamo costruito”.









