Il ciclismo sa essere uno sport spietato, capace di trasformare un grande obiettivo in un calvario lungo tre settimane. Ne sa qualcosa Giulio Pellizzari, una delle speranze più cristalline del movimento azzurro in forza alla Red Bull, che ha chiuso il Giro d’Italia 2026 con un bagaglio colmo più di sofferenza che di gioie. Arrivare al traguardo finale di Roma è stato un mezzo miracolo per il marchigiano classe 2003, tormentato da continui problemi fisici che ne hanno letteralmente demolito la condizione fin dalle prime tappe.
A mente fredda, le parole rilasciate dallo scalatore italiano fotografano perfettamente la frustrazione psicologica di un atleta che ha dovuto correre costantemente in difesa.
Orgoglio e frustrazione: la necessità di resettare tutto
“Sono orgoglioso di essere arrivato qui a Roma, soprattutto considerando come stavo nell’ultimo periodo”, ha ammesso Pellizzari senza nascondersi, evidenziando come la sua Corsa Rosa sia stata una vera e propria prova di resistenza umana prima ancora che atletica. Nonostante i problemi abbiano ridotto all’estremo le sue velleità di classifica e i suoi obiettivi originari, il marchigiano ha stretto i denti, ritrovando un colpo di pedale accettabile solo nell’ultima settimana di corsa.
Una sofferenza che ha lasciato il segno, spingendo il corridore a una dichiarazione d’intenti drastica per voltare pagina: “Ora mi libero di tutto, non voglio conservare nemmeno un ricordo di questo Giro. Brucerò tutti i pettorali e tutte le maglie. Dopodiché, penseremo alla prossima gara. La parte più difficile inizia ora: elaborare tutto quello che è successo e farsene una ragione”.










