Mentre il gruppo si sfida sulle strade del Giro di Romandia, nel dietro le quinte del ciclismo mondiale si parla di cifre che fino a pochi anni fa sembravano pura utopia. Il protagonista, neanche a dirlo, è Tadej Pogačar. Secondo le ultime proiezioni di mercato per il 2026, il fuoriclasse sloveno della UAE Team Emirates è destinato a diventare il ciclista più pagato della storia, superando un tetto complessivo di 15 milioni di euro.
Non si tratta solo di uno stipendio, ma di un vero e proprio “sistema economico” che ruota attorno a un solo atleta, capace di spostare equilibri finanziari come mai si era visto prima in questo sport.
I numeri del record: stipendio, bonus e sponsor
Il rinnovo del contratto che lega Pogačar alla UAE Emirates XRG è la base di questa scalata. Lo sloveno percepisce un ingaggio fisso che si aggira sugli 8 milioni di euro, ma è la struttura dei bonus e delle sponsorizzazioni personali a far lievitare la cifra verso i 15 milioni:
- Premi vittoria: Con un calendario che lo vede protagonista da marzo a ottobre (dalle Classiche ai Grandi Giri), i bonus legati ai risultati pesano per diversi milioni.
- Sponsorizzazioni personali: Occhiali, scarpe, integratori e persino marchi extra-settore si contendono l’immagine di Tadej.
- Merchandising: Il brand personale dello sloveno genera già oggi introiti a sei zeri tra abbigliamento e accessori ufficiali.
Il confronto shock con i budget delle squadre
Il dato che fa più riflettere, però, è il confronto con la realtà delle squadre World Tour di seconda fascia. Con 15 milioni di euro di introiti annui, Pogačar “costa” (e guadagna) più dell’intero budget operativo di formazioni più piccole.
Se un tempo il ciclismo era uno sport di squadra anche nelle finanze, oggi stiamo assistendo alla nascita della “superstar individuale” in grado di generare un volume d’affari paragonabile a quello dei top player del calcio o del tennis mondiale.
Ciclismo povero o campioni strapagati?
Questa notizia si inserisce nel solco delle recenti dichiarazioni di Danilo Di Luca, che proprio oggi ha sottolineato la crisi del movimento italiano, ormai privo di grandi sponsor e squadre nel World Tour. Il contrasto è brutale: mentre il ciclismo italiano fatica a trovare le risorse per sostenere un intero vivaio, uno sloveno da solo sposta capitali che potrebbero finanziare tre o quattro squadre Professional.









