Una conferenza stampa show, a cuore aperto, specchio fedele dell’uomo e del corridore. Dopo il trionfo in solitaria a Verbania, Alberto Bettiol si siede davanti ai giornalisti e regala un manifesto del ciclismo vero, fatto di istinto, affetti e filosofia, in aperta controtendenza con l’era dei computer e dei “marziani”.
Dalla dedica speciale al suo allenatore scomparso prima del Giro, fino alla sua passione per gli aerei e a una clamorosa battuta sulla tecnologia: ecco le parole del corridore della XDS Astana Team.
«Ho vinto poco? Ho vinto le corse più belle del mondo»
A chi gli chiede se si consideri un corridore da grandi giornate che ogni tanto si prende delle pause, Bettiol risponde con lucido orgoglio:
«Io mi considero ancora giovane, devo scoprire che corridore sono. Sì, è vero che vinco poco, non posso dire di avere centinaia di successi. Però ho vinto la gara più bella del mondo che è il Giro delle Fiandre, ho vinto la gara più antica del mondo che è la Milano-Torino, e ora ho due tappe nella corsa a tappe più bella del mondo, il Giro d’Italia. E poi ho vinto il Campionato Italiano a casa mia. Tanti miei colleghi pensano sempre a quello che gli manca e mai a quello che hanno. Io guardo il bicchiere mezzo pieno, sono spensierato. Mi criticate perché non sono costante? Scrivete quello che volete, io sono felicissimo della mia carriera».
Il trionfo di Verbania studiato in famiglia
Il finale di tappa odierno è stato un capolavoro di tempismo, nato da una profonda conoscenza del percorso:
«La salita finale l’ho provata almeno tre volte. Il compagno della mamma della mia fidanzata, Lisa, mi ha mandato il filmato tantissime volte e pochi giorni fa la sua famiglia l’ha rifatta in macchina. Volevano davvero che facessi bene. Sapevo che l’ultimo tratto era il più difficile, ma poi ho agito d’istinto: nessuno dall’ammiraglia mi ha detto di attaccare. Ho anticipato la discesa sapendo che c’era un chilometro e mezzo di falso piano e che Leknessund in discesa avrebbe fatto fatica a seguirmi, dopotutto non è Van der Poel. Approccio questo sport sapendo di non aver nulla da perdere».
L’attacco all’Intelligenza Artificiale e agli algoritmi
In un ciclismo dominato dai dati, Bettiol rivendica l’etichetta che gli è stata cucita addosso dai giornalisti: quella di The Last Romantic Rider.
«Se oggi usavo l’intelligenza artificiale, non partivo neanche! Purtroppo la tecnologia e gli algoritmi sono arrivati anche nel ciclismo e nelle tattiche delle squadre. Ma in questo sport puoi metterci tutti i computer che vuoi, alla fine si sbaglia lo stesso. A me piace la definizione di “corridore romantico”. Sono istintivo, ma quando arrivano queste giornate ti dimentichi di tutti i sacrifici. Se per vivere momenti così, davanti alla mia famiglia e al mio fan club, devo accettare di vincere solo una volta ogni due anni… beh, chi se ne frega, va benissimo così!»
La pressione che carica e il rapporto con i giovani
Bettiol lancia anche una frecciata costruttiva all’ambiente, parlando del peso delle aspettative e del ruolo dei professionisti verso i bambini:
«A me la pressione non distrugge, mi carica. Spesso critico la mia squadra perché me ne mette troppo poca, io vorrei essere considerato sempre tra i favoriti. Ai ragazzini dico solo di divertirsi. Mi arrabbio quando vedo l’esasperazione e l’agonismo tra i giovanissimi: quella deve essere la categoria del divertimento puro, non dei watt, di Strava o dei KOM. Noi professionisti dobbiamo dare l’esempio. Mi arrabbio con i colleghi che non salutano i bambini o gli amatori per strada».
L’era dei “Marziani” e la passione per il volo
Il ciclismo è cambiato profondamente rispetto a quando il toscano ha iniziato a correre, a causa dell’avvento dei vari Pogačar, Vingegaard ed Evenepoel:
«Tadej ha spostato gli equilibri del ciclismo mondiale. Quest’anno al Fiandre, numeri alla mano, andavo molto più forte di quando l’ho vinto nel 2019, eppure sono arrivato oltre la ventesima posizione. Un corridore esperto come il mio amico Damiano Caruso va molto più forte oggi rispetto a 10 anni fa. In questo ciclismo se rimani al livello dell’anno prima sei finito. Pogačar apre le corse da lontanissimo e per i corridori con le mie caratteristiche le occasioni rimangono pochissime, ecco perché oggi sono stracontento».
Infine, una battuta sulla sua celebre passione per gli aerei, in vista del passaggio delle Frecce Tricolori nella tappa di Gemona:
«Tutti sanno che amo l’aviazione, qualcuno dice che sono più appassionato di volo che di ciclismo. Ma ci tengo a precisare una cosa: io sulle Frecce Tricolori ci sono già salito l’anno scorso, prima di Paolo Bettini! Sabato prossimo a Gemona alzerò la testa per guardarle, sperando di non cadere dalla bici visto che andremo forte».










