Jonas Vingegaard ha pensato al ritiro? “Ero infelice, ho chiesto cambiamenti: la squadra ha fatto un primo passo”

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Dietro la corazza del campione glaciale capace di vincere due Tour de France, si nasconde un uomo che ha rischiato di crollare sotto il peso della pressione fisica e mentale. In un’intervista incredibilmente aperta e sincera rilasciata alla televisione danese TV2, Jonas Vingegaard ha confessato di aver toccato il fondo a fine della scorsa stagione. Un momento di profonda crisi che lo ha spinto a un vero e proprio dentro o fuori con la sua squadra, la Visma | Lease a Bike, per ridisegnare completamente la sua vita da atleta ed evitare un clamoroso addio prematuro al ciclismo.

Vingegaard: “Se fosse continuata così, non avrei retto”

Le parole del fuoriclasse danese non lasciano spazio a interpretazioni. Il logorio della vita da professionista lo stava portando al punto di non ritorno: “L’anno scorso ho detto chiaramente alla squadra che se le cose fossero andate avanti in quel modo, non avrei resistito a lungo. Penso che il team abbia compreso la gravità della situazione; si erano accorti che non ero felice. Hanno accettato il fatto che dovevamo cambiare qualcosa, e così abbiamo fatto”.

Il problema non era la mancanza di stimoli nelle corse, ma tutto ciò che ruota attorno alla preparazione esasperata del ciclismo moderno: i mesi passati lontano da casa, l’ossessione per il peso e la solitudine dei lunghi ritiri in altura.

La svolta: meno ritiri e il debutto al Giro d’Italia

Per salvare la carriera e la salute mentale del proprio capitano, la Visma | Lease a Bike ha accettato di scendere a patti, modificando radicalmente il suo approccio al 2026. Vingegaard ha chiesto e ottenuto due cose: un programma di gare totalmente diverso – che ha incluso il suo debutto al Giro d’Italia a maggio – e una drastica riduzione dei lunghi e logoranti paletti nei ritiri lontano dalla famiglia.

“Come ciclista hai la sensazione di essere costantemente a dieta. Devi pensare sempre al peso, sei sempre fuori ad allenarti. Ti viene chiesto tantissimo e tutto questo esige un tributo altissimo dal tuo corpo e dalla tua mente. Quest’anno abbiamo fatto un passo nella giusta direzione, ma è evidente che si tratta solo del primo passo”.

Verso un ciclismo più “sostenibile”

L’analisi di Vingegaard si sposta poi su una riflessione più ampia che riguarda l’intera massima categoria del ciclismo, dove i ritiri esasperati e i carichi di lavoro stanno bruciando mentalmente molti talenti:

“Credo che, in generale, si debba guardare di più alle esigenze individuali di ogni singolo corridore. Per far sì che il ciclismo torni a essere uno sport sostenibile a lungo termine, la direzione da seguire è questa: creare programmi personalizzati. Se per un atleta è troppo pesante stare lontano da casa così a lungo, allora bisogna fare diversamente. Questo è ciò che abbiamo fatto per me quest’anno”.

I risultati di questa rivoluzione interna si vedono soprattutto nel sorriso del campione: “Il risultato è che oggi sono un corridore molto più motivato e felice di fare questo mestiere, anche se, ovviamente, resta un lavoro durissimo”. Un Vingegaard ritrovato come uomo, prima ancora che come atleta, pronto a sfidare Pogačar a mente serena.

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