“Non penso ai record, mi godo il momento. la Vuelta? Ci penserò”. Tadej Pogacar festeggia il suo quinto Tour de France

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Lo scorso anno Tadej Pogačar sembrava esausto, provato dall’infortunio al ginocchio. Oggi, dopo aver conquistato il suo quinto Tour de France ed essere entrato nel mito al pari di Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain, lo sloveno della UAE Team Emirates-XRG appare rigenerato, sereno e in totale controllo della propria carriera.

Nel corso della conferenza stampa finale a Parigi, Pogačar ha ripercorso le tre settimane di corsa tra la gestione della fatica, la tentazione della Vuelta a España, il nuovo ruolo di mentore e la risposta con il sorriso alle polemiche sui controlli antidoping notturni.

“Piedi per terra”: il rischio burnout e la decisione sulla Vuelta

Invitato a riflettere sul suo stato di forma e sulla tenuta mentale rispetto alla scorsa stagione, lo sloveno ha fatto chiarezza sulla definizione di burnout: «L’anno scorso ero consapevole che potesse accadere, ed è una possibilità di cui tengo conto tuttora. Burnout non significa avere una giornata storta o non sentirsi al top per un giorno in bici: significa soffrire di fatica cronica e non essere più felici quando si va in sella, vedendo tutto come un semplice lavoro. So che può succedere se si spinge troppo, ed è per questo che voglio tenere i piedi per terra e riflettere bene prima di programmare i prossimi impegni».

In merito a una sua possibile partecipazione alla Vuelta a España — l’unico Grande Giro che gli manca in bacheca per completare la tripla corona —, Pogačar non ha chiuso del tutto la porta, pur prendendosi del tempo:

«Se la Vuelta iniziasse domani, direi di no. Ma tra due settimane posso ancora decidere. In questo momento voglio solo godermi il momento della vittoria del Tour, non importa che sia il primo o il quinto. È incredibile indossare la Maglia Gialla e tagliare il traguardo a Parigi. Non sto pensando alla storia o ai record, voglio solo tornare a casa e godermi le piccole cose della vita».

Il passaggio di consegne e il ruolo da mentore per Del Toro

A soli 27 anni, Pogačar ha già scritto pagine indelebili del ciclismo moderno, ma guarda con estrema lucidità al ricambio generazionale in atto. Sulla stessa pedana parigina, il capitano della UAE ha festeggiato il 3° posto finale e la Maglia Bianca del suo giovane compagno di squadra, il ventiduenne Isaac Del Toro, oltre a sottolineare le grandi prestazioni del diciannovenne Paul Seixas.

«La nuova generazione è davvero forte e sono felice di avere Isaac al mio fianco. Posso fargli da mentore e insegnargli qualcosa, anche se è già molto maturo. Stanno arrivando tanti giovani fortissimi e il futuro del ciclismo sarà bellissimo. Per quanto mi riguarda, di sicuro non continuerò a correre ancora per tantissimo tempo».

Controlli notturni e sospetti: “Per me è come andare al supermercato”

Con dominii di questo calibro e primati storici sgretolati (come il tempo record di scalata sull’Alpe d’Huez), non sono mancate le domande sui controlli antidoping e sul clima di scetticismo che accompagna le sue imprese. In particolare, ha fatto discutere la notizia dei controlli a sorpresa effettuati dagli ispettori ITA in piena notte (alle 2:00 del mattino per Jonas Vingegaard e alle 5:00 per Pogačar) prima della 15ª tappa.

Pogačar ha risposto con estrema naturalezza e senza scomporsi: «Svegliare Jonas alle 2 di notte è stato folle, e anche alle 5 è piuttosto strano. Ma non è la cosa più strana che mi sia capitata: da quando corro il Tour dal 2020 abbiamo sempre avuto controlli particolari, spesso 30 minuti prima di salire sul bus prima delle tappe regina. Gli ispettori fanno il loro lavoro ed è diventata una parte della mia vita. Quando sento bussare alla mia porta, la prima cosa che penso è che siano i controlli. Per me è diventato come andare al supermercato, una routine a cui sono abituato».

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