La quindicesima tappa del Giro d’Italia continua a far discutere e si trascina dietro una scia velenosa di polemiche. Non sono bastate le discussioni sulla presunta influenza delle moto sull’andamento della corsa: a far esplodere il caso è la decisione della giuria di congelare i tempi per la classifica generale a quasi 16 chilometri dalla conclusione, una scelta arrivata dopo le forti pressioni del gruppo che ha mandato su tutte le furie gli organizzatori di RCS Sport.
Il giorno dopo il traguardo di Milano, l’amministratore delegato di RCS Sport, Paolo Bellino, ha affidato alle pagine de La Gazzetta dello Sport tutto il suo disappunto per la rivolta dei corridori, guidata in prima persona dalla maglia rosa Jonas Vingegaard e da Giulio Ciccone.
L’attacco di RCS Sport: “Circuito sicuro, si è andati oltre”
“Penso che i corridori siano andati decisamente troppo oltre con quello che è stato detto”, ha dichiarato Bellino senza giri di parole. “Il circuito finale a Milano era bellissimo, progettato molto bene e assolutamente non pericoloso. Abbiamo ispezionato personalmente ogni singolo metro e potevamo garantire totalmente la sicurezza degli atleti”.
Secondo Bellino, la giuria e l’organizzazione erano pronte a venire incontro al gruppo, ma non alle condizioni imposte dai leader: “È la mia opinione personale, ma avremmo potuto tranquillamente fermare i tempi della classifica generale a 5 chilometri dall’arrivo, non prima”.
Invece, la giuria ha ceduto nettamente alla protesta della maglia rosa: il cronometro per gli uomini di classifica è stato bloccato addirittura all’ingresso dell’ultimo giro, a ben 15,9 chilometri dalla linea d’arrivo, snaturando di fatto il finale di tappa.
La risposta della Maglia Rosa: “Strade pericolose, dovevamo muoverci”
Di tutt’altro avviso il leader della corsa Jonas Vingegaard, che ha difeso a spada tratta la linea dura adottata dal gruppo: “Noi corridori eravamo tutti d’accordo sul fatto che questo percorso non fosse sicuro per correre. Abbiamo parlato a lungo all’interno del gruppo e mi sono confrontato con molti colleghi”.
Il fuoriclasse danese ha poi descritto nel dettaglio le trappole dell’asfalto milanese: “C’erano troppe buche, dossi e tombini. A dire il vero, non c’è stato quasi nessun momento in cui mi sia sentito davvero al sicuro. Eravamo d’accordo che fosse necessario fare qualcosa: sono andato all’ammiraglia della direzione di corsa e ci hanno ascoltato, venendoci incontro. Penso che come corridori dobbiamo ringraziare la giuria per questo”.










