Mondiali ciclismo pista 2025, nessuna riesce a battere il record di Vittoria Bussi

Ultimo Chilometro
Abbonati a Ultimo Chilometro
Sostieni il progetto, accedi ai contenuti premium e vivi il ciclismo con una marcia in più.
Scopri i vantaggi

C’è un record che resiste. Un tempo scritto sul cronometro, scolpito in un velodromo, ma quasi cancellato dal racconto sportivo. Vittoria Bussi lo ha ricordato con un post che, più che una rivendicazione, è un invito alla riflessione: il suo primato mondiale dell’inseguimento individuale è ancora lì, imbattuto anche dopo l’ultimo Campionato del Mondo. Lei non era in gara, ma il tempo che ha segnato continua a essere il migliore di sempre. Silenzioso, ma presente.

La ciclista italiana, 38 anni, è riuscita in poche settimane a firmare due imprese di livello assoluto, consolidando il suo nome tra quelli che lasciano un segno nella storia della pista. Prima il record dell’Ora, poi quello dell’inseguimento sui 4 km: due dimostrazioni di eccellenza sportiva che basterebbero, da sole, a garantire fama e attenzione. E invece, come lei stessa sottolinea, quando si parla del suo record nell’inseguimento spesso cala il silenzio. Nessuna menzione in telecronaca, nessun riferimento nei commenti. Eppure il primato è italiano, attuale e ancora il più veloce al mondo.

Le parole di Bussi aprono una questione che va oltre la pista. Perché alcuni risultati vengono celebrati e altri no? Raccontare lo sport, sostiene, dovrebbe significare riconoscere ciò che conta, senza lasciarsi guidare da simpatie, abitudini o logiche di visibilità. L’informazione vera non sceglie a chi appartenere. E qui la domanda si fa inevitabile: possibile che sia ancora difficile accettare che una donna, vicina ai quarant’anni, possa andare così forte? Che lo faccia fuori dai percorsi tradizionali, senza appartenenze comode, con un progetto sportivo gestito in modo indipendente e scientifico?

La prossima settimana Bussi riceverà il Collare d’Oro al Merito Sportivo per il record dell’Ora: un riconoscimento istituzionale, prestigioso, che arriva senza passare da convocazioni o selezioni. Paradossalmente, l’impresa più “esterna” ai canali ufficiali è quella più celebrata. L’altro record, quello dell’inseguimento, è invece nato all’interno dei percorsi istituzionali della pista. È davvero per questo che risulta più scomodo? Più facile da lasciare in silenzio?

La vicenda di Bussi tocca un nervo sensibile del sistema sportivo e mediatico: non basta compiere un’impresa, bisogna che qualcuno la racconti. I record si battono, è vero. Ma i significati restano. E il significato di questa storia non riguarda solo una ciclista che vola contro il tempo: riguarda l’idea stessa di merito, di equità narrativa e di memoria sportiva.

Il suo primato è ancora lì. Fatto, non opinione. Forse è il momento di accorgersene, e di dirlo.

Domande sul mondo del ciclismo? Chiedi alla nostra AI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *