Tutti conoscono i suoi ori paralimpici, ma pochi sanno che la carriera di Alex Zanardi nel paraciclismo, e nell’handbike in particolare è nata per caso, in un parcheggio. Dalla scintilla con Vittorio Podestà alla prima leggendaria Maratona di New York: ecco come è iniziata la “seconda vita” del campione.
La storia di Alex Zanardi con il paraciclismo non è iniziata in un centro federale o con un piano studiato a tavolino. È iniziata con la curiosità di un uomo che, pur avendo perso le gambe, non aveva perso la voglia di scoprire il mondo.
Quel “bullone” in un parcheggio: l’incontro con Vittorio Podestà
Il destino si palesò sotto forma di un incontro fortuito. Alex si trovava in un parcheggio quando vide un uomo, Vittorio Podestà (allora giovane promessa del paraciclismo), caricare una strana bicicletta a tre ruote sul tetto della macchina.
Zanardi, che da pilota ha sempre avuto un debole per la meccanica e i “bulloni”, si avvicinò incuriosito. Non cercava una nuova carriera, cercava solo di capire come funzionasse quell’attrezzo. Tra una battuta e l’altra (si dice si stessero contendendo proprio quel posto auto), nacque un’amicizia fraterna e, soprattutto, scoccò la scintilla tecnica. Podestà divenne il suo mentore, spiegandogli che con la forza delle braccia avrebbe potuto tornare a sentire la velocità sulla pelle.
La sfida folle: la Maratona di New York 2007
La vera prova del fuoco arrivò nel 2007. Alex decise che voleva partecipare alla Maratona di New York. Non per vincere, ma per esserci. Chiamò Podestà per farsi preparare un’handbike su misura, una di quelle che lui chiamava affettuosamente “le mie tre ruote”.
Si presentò al via con soli quattro mesi di allenamento specifico. Chi lo guardava pensava a una trovata pubblicitaria di un ex pilota di Formula 1. Alex, invece, abbassò la visiera (metaforica) e spinse come un ossesso tra i cinque distretti della Grande Mela. Arrivò quarto, sfiorando il podio e lasciando a bocca aperta il mondo intero.
Alex Zanardi e il paraciclismo: “Ma chi te lo fa fare?”
In quel periodo, molti amici del “mondo dorato” dei motori gli chiedevano perché si ostinasse a faticare sotto il sole, sporco di grasso e asfalto, per uno sport allora considerato “minore”. La sua risposta fu l’essenza stessa del paraciclismo:
“Ero già felice perché stavo facendo una cosa che per me era una figata pazzesca. Non mi importava dei riflettori, mi importava del vento in faccia”.
Da quel quarto posto a New York, la strada verso i quattro ori olimpici di Londra e Rio era ormai tracciata. Alex aveva capito che l’handbike non era solo un modo per muoversi, ma il mezzo perfetto per continuare a essere ciò che era sempre stato: un atleta puro, capace di trasformare la fatica in arte.










