“Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Se c’è una frase che oggi, il giorno dopo il verdetto spietato della salita di Carì, deve risuonare forte nella testa di tutti gli appassionati italiani, è proprio questa.
Il crollo verticale di Giulio Pellizzari, scivolato a oltre 20 minuti dalla Maglia Rosa di Jonas Vingegaard, ha fatto male. Ha fatto male a lui, senza dubbio, e ha fatto male a un’intera nazione ciclistica che in questo ventiduenne marchigiano vedeva la grande speranza per spezzare un digiuno che sta diventando un’ossessione. Ma oggi, più che mai, non dobbiamo commettere l’errore più vecchio del mondo: iniziare a massacrarlo di critiche. Oggi dobbiamo stare tutti, indistintamente, dalla sua parte.
Giulio non ha sbagliato nulla
Mettiamo subito in chiaro le cose: Giulio Pellizzari non ha sbagliato nulla. È arrivato a questo Giro d’Italia con le credenziali del predestinato, forte di un inizio di stagione da urlo che lo ha visto conquistare il Tour of the Alps e strappare un fantasmagorico secondo posto alla Tirreno-Adriatico. Prestazioni che hanno fatto sognare un intero Paese.
La realtà , però, è che la terza settimana di un Grande Giro è un mostro a tre teste. Per correre, difendersi e maturare nell’arco delle tre settimane serve una cosa che non si compra al supermercato e non si allena in una singola sessione: il tempo. Gestire le energie, il recupero, la pressione mediatica e i giorni di riposo richiede un bagaglio di esperienza che si costruisce solo sbattendoci la testa.
La “droga” dei fenomeni: Pogacar ed Evenepoel sono le eccezioni
Purtroppo, noi appassionati siamo diventati “drogati” dal ciclismo moderno. Siamo stati viziati e deformati dalla presenza di fenomeni paranormali che cannibalizzano le corse e vincono i Grandi Giri a vent’anni, come hanno fatto Tadej Pogacar o Remco Evenepoel. Ma dobbiamo stamparci in testa che loro sono le eccezioni alla regola, i bug della matrice.
Il ciclismo normale, quello dei campioni straordinari ma umani, segue altre linee temporali. Lo stesso Jonas Vingegaard, che oggi sta demolendo il Giro, ha alzato il suo primo Tour de France a 25 anni, dopo aver fatto la gavetta e aver digerito i propri passaggi a vuoto. Giulio di anni ne ha solo 22. Ha tutta la carriera davanti. Ci sarà tempo, modo e lucidità per analizzare con lo staff della Red Bull-BORA-hansgrohe cosa non abbia funzionato sulle rampe svizzere, ma adesso l’unico dovere che abbiamo come tifosi è sostenerlo.
Un digiuno lungo dieci anni, ma i talenti ci sono
La delusione di Carì brucia ancora di più perché tocca un nervo scoperto per il nostro movimento. L’Italia non vince il Giro d’Italia da 10 anni esatti, da quel memorabile 2016 firmato Vincenzo Nibali. E se guardiamo al podio, l’ultima gioia risale al 2021, con lo splendido secondo posto di Damiano Caruso alle spalle di Egan Bernal.
I dati ci dicono che probabilmente dovremo aspettare ancora un bel po’ prima di vedere un italiano sul gradino più alto del podio di un Grande Giro. Ma questo non significa assolutamente che manchino i talenti. Ragazzi come Pellizzari, o come lo stesso Davide Piganzoli che oggi si ritrova felicemente ottavo e primo degli italiani in classifica generale, sono la dimostrazione che la base c’è ed è sana.
Il talento italiano è vivo, ha solo bisogno di respirare senza il cappio al collo delle aspettative a tutti i costi. Forza Giulio, l’asfalto si asciuga, le ferite guariscono e il futuro è ancora tutto da scrivere. Noi siamo con te.










