Aiuto, mi sono iscritto al Giro delle Fiandre Amatori – #5: La mia esperienza a We Ride Flanders

Ultimo Chilometro
Abbonati a Ultimo Chilometro
Sostieni il progetto, accedi ai contenuti premium e vivi il ciclismo con una marcia in più.
Scopri i vantaggi

Ci ho messo un po’ di giorni a realizzare che il sogno è diventato realtà: ho corso il Giro delle Fiandre Amatori 2026. Visto che vi ho trascinati con me all’interno della preparazione della gara, adesso vorrei raccontarvi la mia esperienza, perchè mi farebbe piacere che questo articolo diventasse una sorta di “guida” per tutti coloro che decidono di pedalare alla We Ride Flanders, magari in futuro.

Fascino e difficoltà

Partiamo da un presupposto: pedalare su quelle strade non è facile In modo particolare quando si entra nelle strade di campagna è possibile notare che a terra non c’è l’asfalto, ma c’è il cemento. Ogni lastrone di cemento ha un minimo di spazio tra una parte e l’altra, quindi preparatevi a prendere ulteriori colpetti oltre a quelli che offre il pavè.

A proposito di pavè: il venerdì, durante la sgambata pre-gara, sono riuscito a testare un pezzo di pavè in pianura. E’ vero che il pavè delle Fiandre non è terribile come quello della Parigi-Roubaix, ma per un ciclista che non vi ha mai pedalato sopra bisogna prenderci un attimo le misure. Sì, è possibile pedalare sul pavè con la bici da corsa (quindi non per forza con una gravel), ma è normale che più i tubolari sono larghi e meglio è. La mia Bottecchia 8Avio Ultimate, che ho utilizzato durante la mia avventura, aveva dei tubolari Vittoria molto larghi e le ruote erano equipaggiate con i freni a disco, quindi sono riuscito ad avere un ottimo grip. Detto questo, se volete pedalare sul pavè, mettetevi in testa che sul pavè del Belgio non si tende ad affondare, come avviene sui sanpietrini o nel pavè delle città italiane, ma si tende a slittare, soprattutto perchè capita che ci sia dell’umidità. Niente paura, nervi saldi e mani comode sul manubrio: la bici non vi tradirà. Ovviamente, mettete in conto vento che cambia la propria direzione ogni 10 minuti e la pioggia che può scendere da un momento all’altro.

Il camion che si è ribaltato sul Koppenberg

Tutti noi cicloamatori che abbiamo vissuto la We Ride Flanders 2026 abbiamo avuto l’incubo Koppenberg. Due giorni prima della nostra gara si è ribaltato un camion sulla strada in pavè e ha portato fango e detriti sui ciottoli. L’organizzazione ha lavorato duramente per rimettere la strada in sicurezza, ma si era sparsa la voce che al venerdì solo Remco Evenepoel era riuscito a fare il Koppenberg in bici, i suoi compagni di squadra alla Red Bull-Bora tutti a piedi. Se non ce la fanno i professionisti, possiamo farcela noi?

Cosa significa pedalare a We Ride Flanders?

Veniamo ora alla gara. Alla vigilia, compreso nell’iscrizione, c’è il numero gara e un gilet della Gobik dal valore commerciale di 75 euro, molto utile per quelle condizioni meteo. Non viene dato un vero e proprio pacco gara, come avviene nella maggior parte delle Granfondo, quindi se si vuole partire con degli integratori si possono comprare al villaggio di partenza (nella fattispecie c’era lo stand della 226ERS), altrimenti sono comunque disponibili lungo i ristori in quantità illimitata, sia gel che barrette. Non male insomma. E’ incluso il parcheggio bici all’arrivo con le docce, ma nella quota di iscrizione non c’è il pranzo finale. Il pasta party viene effettuato, ma a pagamento, con prezzi tutto sommato in linea con quelli del Belgio (per farvi capire, per un piatto di pasta siamo sugli 11 euro). Se volete le patatine, al villaggio costano di più rispetto alle frituur che sono disseminate a Oudenaarde o nelle altre località fiamminghe.

La mattina della gara non è un problema parcheggiare: ci sono numerosi parcheggi ben segnalati dal personale addetto. Da lì si raggiunge facilmente la partenza in bici, sempre seguendo un percorso. Lo start dalla piazza di Oudenaarde è emozionante, sostanzialmente è lo stesso che vivono le donne nella gara elite femminile della domenica. Musica, gli speaker e l’emozione che si sta per fare qualcosa di importante.

Anche in Belgio ci sono persone che in bici fanno manovre al limite e che cercano di andare a tutta dal primo all’ultimo metro. Ognuno fa la corsa come meglio preferisce: certo che l’inizio è davvero memorabile. Prima una salita su asfalto, dove da lontano obiettivamente ti viene un po’ di timore perchè vedi una colonna umana piegata sulla propria bici su una strada che si impenna completamente dritta. A darci il benvenuto è quindi una salita senza pavè, ma che spacca già abbastanza le gambe. Subito dopo c’è la separazione tra il percorso corto e il medio, quindi pensi di poter respirare un po’, invece non è così: fine della salita, curva a gomito a destra e parte subito un lungo tratto di pavè in leggera ascesa, tre chilometri molto utili a prendere un po’ di confidenza con ciò che aspetta dopo.

L’Eikenberg è la prima salita in pavè della giornata. Per fortuna l’anno precedente ero andato a seguire la corsa dei professionisti proprio su questo muro. Arriva subito dopo un tratto in discesa, e pensi: “Lo prendo piano oppure non freno e mi butto sul pavè?” Ovviamente io ho scelto la tattica più prudente, ma un po’ di spunta in più non sarebbe stata male. Insomma, lanciatevi pure, ma ricordatevi di dare sempre del lei al pavè: massimo rispetto perchè ho visto molte persone cadere semplicemente dopo essersi incaponiti a voler salire come volevano loro.

Non è un vero Giro delle Fiandre senza la pioggia

A metà percorso è arrivata la pioggia. Qualcuno mi ha detto che il Fiandre non è un vero Fiandre senza la pioggia: eccoci accontentati. Per fortuna l’acqua è scesa giù dopo il Koppenberg, salita che sono riuscito a fare per metà in bici. La fiumana umana di persone che salivano a piedi era impressionante, e sinceramente ti butta anche giù di morale. Alla vigilia temevo due muri: il Koppenberg e il Paterberg, perchè lì tira un vento micidiale. Il 90% delle persone che erano con me hanno fatto il Koppenberg a piedi, era davvero troppo scivoloso dopo l’incidente del camion. Chissà come è diventato mezz’ora dopo, con la pioggia. Ho provato l’ebrezza di pedalare sul pavè bagnato affrontando il Taaienberg, la salita cara a Tom Boonen, e ho capito cosa significa sentire la gomma posteriore che scivola sul bagnato, ma ce l’ho fatta.

Un buon caffè

Nel frattempo, sono andati via anche i due ristori. Il primo solo con prodotti confezionati e integratori, il secondo anche con frutta fresca. In tutti i ristori ci sono delle caffetterie mobili ed è possibile acquistare un caffè o un cappuccino, uniche cose non incluse nei ristori. Se avete voglia di un buon espresso, prendetelo al ristoro: è davvero buono e dopo diversi giorni in Belgio ne sentivo proprio la mancanza. Due euro e 70 centesimi ben spesi (prezzo normale per un caffè espresso da quelle parti). Ovviamente si può pagare anche con la carta.

Micidiale è stata la salita di Karnemelkbeekstraat. Una lingua d’asfalto lunghissima, non in pavè ma con una pendenza davvero estrema: 1 km e mezzo e 120 metri di dislivello, con la parte centrale al 12% e quella finale al 9%. In cima c’è uno stand che offre la Red Bull, tant’è vero che sul percorso sono stati messi due schermi dove si vedono Wout van Aert e Remco Evenepoel con un loro messaggio registrato mandato a ripetizione dove ti incitano a salire su, perchè in cima c’è questa ottima ricompensa ad aspettarci.

Gli incidenti

Purtroppo, su questa strada ho anche visto due incidenti. Ho visto il luogo dove la persona ha perso la vita in questa edizione: mi ero accorto che era successo qualcosa di brutto perchè c’era un paravento che copriva qualcuno con a fianco l’ambulanza. Lungo la salita, invece, 50 metri davanti a me c’era una delle due persone vittime di un infarto. Sono immediatamente arrivati i soccorritori, prima in moto poi in ambulanza. E’ un peccato che questa festa abbia vissuto due momenti drammatici: specifico che alla partenza non viene chiesta una tessera da cicloturista o un certificato medico, ma prima di fare la gara è meglio allenarsi bene e farsi controllare. E’ vero che è una sorta di cicloturistica più che una gara vera e propria, ma lo sforzo non è indifferente.

“Ehi, Wout van Aert!”

Siamo così arrivati al gran finale del Giro delle Fiandre amatori 2026. L’emozione è salita molto all’arrivo dell’Oude Kwaremont: innumerevoli persone a bordo strada a fare il tifo per tutti. Non credo che al mondo ci possa essere un’altra gara amatoriale con questa partecipazione di pubblico. Già sul Koppenberg e su altri muri lungo il percorso ho visto una marea di bambini che facevano il tifo, camperisti che ti urlano “Wout van Aert!!!”, gente che batte le mani e inizia a urlare per incitarti solo perchè stai passando davanti a loro. Sul Kwaremont, tutto questo è amplificato al massimo, e non sei mai da solo nemmeno sul pavè, perchè c’è il ricongiungimento con gli altri percorsi, quindi sono tutti là a sfidare la salita più lunga.

Una fatica tremenda, poi la lunga discesa e la curva a gomito verso il Paterberg, la salita che temevo di più. Sapevo perfettamente che il Paterberg arriva immediatamente dopo una curva a gomito a destra, ma metti la stanchezza, metti le tante ore in sella, fatto sta che io e tante altre persone eravamo distratti e l’abbiamo presa con un rapporto impossibile. Per me è stato meglio mettere piede a terra, alleggerire e continuare. Gli altri si sono incaponiti e qualcuno è anche caduto (senza farsi male), io come al solito sono andato sul soft. Lentamente ma inesorabilmente sono in cima e finalmente posso godermi un po’ di riposo relativo: da lì ci sono ancora 15 km per tornare a Oudenaarde. Ma non manca il supporto del pubblico. Un cartello esposto da un gruppo di camperisti recita, in inglese: “Sorridete, avete pagato per questo”. E hanno ragione.

All’arrivo a Oudenaarde, arriva la medaglia finisher (molto bella) e un integratore a base di proteine. Ovviamente nella piazza le friggitorie non mancano e quindi si va a reintegrare con le patatine.

Il bilancio

Cosa rimane alla fine di questa avventura? Fatica sì, ma con l’adrenalina in corpo posso dire che l’ho sentita relativamente. Diciamo che posso stabilire con certezza alcune cose.

Il pregio principale della We Ride Flanders è l’atmosfera. Sei un semplice amatore, ma il pubblico fa il tifo anche per gli amatori. Ed è una sensazione bellissima che ti accompagna lungo tutto il tracciato. Ottimi i ristori, ottimo il fatto che ci sono sempre gli addetti agli incroci (e anche loro fanno il tifo). Sicurezza al top: negli incidenti i soccorritori sono intervenuti immediatamente. Sono anche arrivati dei furgoni per le persone che hanno avuto gusti meccanici importanti. Tanti bagni chimici sono inoltre presenti sul percorso, che personalmente ho trovato tutti puliti. La doccia finale è bella calda.

E’ un peccato però che non ci sia un ristoro finale incluso. Insomma, Alla fine della giornata, sarebbe bello confrontarsi con gli altri ciclisti dopo un’avventura simile, e quale momento migliore? Inoltre, devo dire la verità: non sono molto d’accordo con lo “scarico di responsabilità”, ovvero che ognuno gareggia assumendosi i rischi sulla propria salute. O meglio: ognuno è responsabile, ma sarebbe necessario fare un check up completo della propria salute prima di partire, visti gli incidenti che ci sono stati. Poi la fatalità è sempre dietro l’angolo.

Il mio augurio personale è che questo mio racconto vi possa essere piaciuto e vi sia d’aiuto, in tutte le sue sfaccettature. Scrivete pure nei commenti se avete domande o altre curiosità.

Parte 1

Parte 2

Parte 3

Parte 4

Domande sul mondo del ciclismo? Chiedi alla nostra AI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *